La presente recensione si riferisce alla traduzione italiana (a cura di Giorgio Puleo, edita da Marsilio) del romanzo “Hundarna i Riga”, scritto da Henning Mankell nel 1992.

“I cani di Riga” costituisce il secondo della serie dei fortunati polizieschi di Mankell che vedono come protagonista un ispettore della stazione di polizia di Ystad (contea di Scania, estremo meridione della Svezia): Kurt Wallander, un insicuro ultraquarantenne con un divorzio alle spalle, una figlia studentessa universitaria nella lontana Stoccolma e un padre patito di pittura che gli rimprovera quotidianamente la sua scelta di vita e professionale. In realtà Wallander, per quanto si schermisca e invochi mentalmente l’aiuto del suo scomparso collega Rydberg, è un ottimo investigatore e queste sue qualità colpiscono il maggiore Karlis (in realtà si dovrebbe scrivere “Kārlis”) Liepa, un graduato della polizia di Riga che si reca nel commissariato dove lavora Wallander, a seguito del ritrovamento dei cadaveri di due cittadini lettoni su un gommone arenatosi sulla costa scanica qualche giorno prima, nel febbraio del 1991.
Il giorno del suo ritorno in Lettonia, Liepa viene assassinato e Wallander viene chiamato a Riga dalla polizia locale per collaborare al caso. In realtà Wallander avrà ben poche opportunità per essere d’aiuto e la sua tenuta psicologica verrà messa a dura prova dai continui pedinamenti, tipici dell’atmosfera da “cortina di ferro” che ancora si respira in Lettonia a pochi mesi dall’indipendenza dall’URSS e che pervade anche la città di Riga, che appare ben più grigia e inospitale di quella meraviglia che oggi conosciamo e che è stata anche inserita nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO.
Lì Wallander, una volta incontrata la vedova del maggiore Liepa, Baiba, viene a conoscenza dell’esistenza di una clamorosa cospirazione che alcuni politici e poliziotti stanno tramando ai danni della Lettonia e che K. Liepa stava per mascherare. Quando Wallander, incalzato da alcuni incontri clandestini con Baiba, sta iniziando a seguire la pista giusta, viene rispedito a Ystad: l’omicida di Liepa avrebbe confessato. L’affascinante Baiba riesce a strappare a Wallander la promessa di un ritorno: solo lui può salvare la Lettonia.
Grazie a una rete di esuli lettoni in Svezia che riescono a organizzare un viaggio del tutto particolare, un non convinto Wallander torna a Riga, dove sarà protagonista di un climax di tensione causata dagli interventi dei “cani di Riga” che controllano lui e Baiba, e che porterà a un inaspettato finale.

Il narratore onnisciente, che alterna la narrazione in prima e in terza persona, guida il lettore sia attraverso la storia, sia attraverso la città baltica, teatro principale dell’intreccio, causa di crescente “paranoia” in Wallander. A dire il vero, molti nomi in lingua locale sono stati omessi e altri sono sbagliati (non saprei dire se per incuria di Mankell o del traduttore, non avendo mai letto la versione originale), deludendo di certo il lettore appassionato della meravigliosa lingua lettone o semplicemente perfezionista.
Ciononostante, il ritmo è altissimo e ben misurato: il romanzo, seppur non particolarmente breve, si lascia leggere in poco tempo e soddisfa il lettore con un intreccio ottimamente congegnato, un finale tutt’altro che scontato ma estremamente chiaro e convincente: non stupisce che la serie abbia avuto tanto successo e che in Svezia ne abbiano fatto anche un film per la televisione.

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